Tuesday, 20 May 2008

The end of the Banana Republic

Bananas are going extinct.

And it's not the first time it happens, either. Bananas you find in supermarkets the world over all belong to a cultivar called Cavendish. It's the only variety that is suitable for extensive commercial crops and all plants are clones of one another (this is also due to the fact that the banana plant is a herb, not a tree; and while we're at it, bananas are technically berries). But if you could go back to 1950 you would find a different type of banana. A much better one.

Before it was wiped out by a fungus called the Panama disease, the world feasted on a lush banana cultivar called Gros Michel. It produced larger fruits that kept fresh for longer, and connoisseurs say they were tastier, too. But to be commercially viable, it suffered from the same problem as today's plants: it had no genetic diversity. As soon as the disease started spreading, in Honduras in the 1920s, it was just a matter of time before all of the world's banana plants were under attack. So when Gros Michel was about to go belly up, a new disease-resistant variety was found in Vietnam. It was the Cavendish.

Cavendish bananas, which hang from the 'tree' upside down like all bananas, have to be encased in plastic bags covered with pesticides while growing. They also have a much shorter shelf life and need to be collected when completely green. They are then artificially ripened at their final destination by putting them in rooms filled with ethylene gas. Still, they represent one of the world's largest commodities and they are probably the very first 'fast food': all bananas are pretty much identical wherever you go, just like Big Macs. Of course, you can still find locally produced Gros Michel bananas and tens of other varieties, mostly in South America.

But now, the Cavendish is also under attack from a variant of the same disease that killed its predecessor. What will happen when it goes bust? Well, we do have the technical resources to tackle the problem in labs directly. New banana types are literally being grown in test tubes. Which, for some people, might be scarier than losing the world's most beloved fruit altogether.

Monday, 28 April 2008

Meme o non Meme?

Cos'è un "meme"? Il termine, coniato dal grande biologo Richard Dawkins, indica un frammento di informazione che, analogamente al gene per la genetica, è in grado di replicarsi in maniera autonoma, come un tormentone. Da un meme parte l'ultima tappa del nostro viaggio nel fenomeno del foreign branding: nasce infatti circa sei anni fa come “street meme” il marchio di abbigliamento giovanile A-Style. L’idea venne a Marco Bruns, che creò il famoso logo (una ‘A’ con due puntini e un doppio senso erotico) e lo diffuse attaccando adesivi ai semafori di Milano. Non c’era alcuna pretesa commerciale: è stata la notorietà del marchio e l’attenzione dei media a convincere Bruns a lanciare, nel 2001, una linea di felpe, jeans e magliette, oggi prodotte nel carpigiano. Un successo così cristallino che ha generato persino dei cloni: nelle strade delle nostre città si vedono infatti oggi adesivi simili ma basati sulle lettere ‘H’, ‘K’ e ‘Z’.

Altrettanto curiosa l’origine del controverso marchio De Puta Madre 69, linea d’abbigliamento prodotta dalla I.F.U. di Roma, il cui significato è in realtà diverso dallo scurrile senso letterale: in slang spagnolo significa infatti “bellissimo”, o “alla grande”. La storia della creazione del brand è ai limiti del surreale (e forse solo frutto di una trovata di marketing): il colombiano Ilan Fernandez, arrestato per traffico di droga a Barcellona, avrebbe cominciato a scrivere questa e altre frasi provocatorie con dei pennarelli su delle magliette. Queste, indossate all’esterno dai secondini, ebbero un certo successo e lo convinsero a iniziare un attività in Italia, per rifarsi una vita dopo aver scontato la sentenza. Nelle sue scritte c’è una volontà di redenzione: volutamente scioccanti e ricche di riferimenti alle droghe, mettendo al centro dell’attenzione chi le indossa dovrebbero funzionare da surrogato proprio per l’uso delle droghe, che secondo Fernandez sono ricercate dai giovani soprattutto per richiamare l’attenzione su di sé.

Anche nel campo del design alcuni marchi italiani potrebbero trarre in inganno, come è il caso della Poltrona Frau, nome che nulla a che vedere con la lingua tedesca (in cui “frau” significa “signora”), ma deriva dal cognome del fondatore, il cagliaritano Renzo Frau. Fondato nel 1912, il gruppo Frau è oggi quotato alla Borsa Italiana e comprende anche altri grandi marchi del design come Cappellini, Cassina e Alias.
Suono teutonico anche per Kartell, marchio storico del made in Italy che produce mobili, lampade e accessori, svariati dei quali sono esposti anche al MoMA di New York. Fondata nel 1949 da Giulio Castelli, la Kartell prende il nome dalla fusione dei cognomi dei soci.

Di simile origine è il marchio MOMO, abbreviazione di “Moretti – Monza”. Suo ideatore il pilota dilettante Giampiero Moretti, che negli anni sessanta decise di sostituire il volante della sua auto da corsa con uno più piccolo, ma dalla presa migliore grazie allo spessore maggiorato. Il curioso voltante attirò l’attenzione del pilota inglese della Ferrari John Surtees, che lo volle installare sulla sua monoposto. Era il 1964, e quell’anno Surtees vinse il campionato del mondo di Formula Uno. Le richieste cominciarono ad arrivare, e nel 1966 Moretti fondò la sua azienda a Tregnago, nei pressi di Verona: il primo ordine arrivò da Enzo Ferrari, che volle volanti MOMO per tutte le sue auto.

Sono molti altri i marchi italiani dal nome straniero: solo nel settore dell’abbigliamento ci sono Bastard, Blumarine, Colmar, Costume National, Energie, Gas, Genny, Guru, Killah, Kiton, Max Mara, Miss Sixty, Onyx, Original Marines, Phard, Replay, Rifle, Stone Island e Wampum, così come Sisley, Playlife e Killer Loop (tre marchi del gruppo Benetton). Italiani anche gli zaini Invicta e Seven, e i caschi AGV, Nolan e Suomi.
Nel settore automobilistico citiamo i produttori di cerchi in lega Fondmetal (che diede anche il nome a una scuderia di Formula Uno tra il '91 e il '92), Speedline e O.Z. Racing, in quello dell’elettronica di consumo Mivar, Magnex, Urmet, Seleco, Telit, Joycare, Philco e Brionvega. Italiani anche il costruttore di macchinari per il fitness Technogym e il produttore di accessori per ufficio Zenith.
Non ha sede in Giappone ma in provincia di Milano il produttore di articoli per la scrittura Osama.
Vera e propria esplosione della corrente anglofoba nel settore tecnologico: soltanto limitandoci al listino techSTAR della borsa di Milano troviamo, fra le altre, Acotel, BB Biotech, Datalogic, Digital Bros, Engineering, Esprinet, Eurotech, Fastweb, Fullsix, Gefran, I.Net, Saes Getters, Reply e TXT e-Solutions.
Italiana d’importazione la casa editrice Sperling & Kupfer, fondata in Germania ma che ha oggi sede a Milano. Curioso infine il caso dello stilista Pierre Cardin, nato in Veneto da genitori francesi con il nome di Pietro Cardìn.
Nel settore del trasporto aereo sono Italiane, a dispetto del nome, le linee aeree Eurojet, Eurofly, MyAir.com, AirOne, Air Freedom, ClubAir, Livingston, Neos, Windjet, AirEurope, Mistral Air, Blue Panorama e le defunte Gandalf, Air Columbia, Goldwing Airlines, Med Airlines, Aeral e Panair.

Thursday, 24 April 2008

Untouched by man.

Inutile negarlo: sono un fan della Fiji. Mi conquista l'idea che nell'elegante bottiglia quadrata (fatta con tanto PET di alta qualità) ci sia pura, incontaminata acqua proveniente da una sorgente artesiana di Viti Levu, la più grande isola dell'arcipelago delle Fiji. Mi titilla il pensiero che quest'acqua, come promette l'etichetta, sia estratta da una fonte sotterranea in modo tale da non venire a contatto neppure con l'aria, se non quando giri il tappo per aprire la bottiglia. Mi sollazza il "mouthfeel" vellutato, quasi setoso, garantito dall'alto contenuto di silicio (85mg/l). Mi gratifica il pensare che sia l'acqua più "esclusiva" del mondo, da 8 dollari a bottiglia nei minibar dei megahotel di Beverly Hills (e facciamo finta di non sapere che se ne producono 2 milioni di bottiglie al giorno e che si trova a $1,50 al pezzo in qualunque drugstore di Los Angeles...).

Così, dato che da noi la Fiji non arriva - si trova "ufficialmente" solo in USA, UK e Australia - l'ho presa via internet, grazie ad un onesto erborista padovano che me ne ha vendute 24 bottiglie da 500ml a un prezzo che mi vergogno a dire, recapitandomele però (e questo è un record) esattamente 18 ore dopo aver cliccato sul "Compralo Subito" di eBay.

Poi, passata la sete, mi è venuta voglia di saperne di più sulla meravigliosa, purissima, deliziosa acqua Fiji. Per imbottigliarla è stata costruita (ormai 10 anni fa) una fabbrica allo stato dell'arte, rispettosa dell'ambiente e operante grazie alla forza lavoro locale, in un arcipelago dove - pensate un po' - più di metà della popolazione non ha acqua potabile a disposizione, al punto che in certe situazioni di emergenza è la stessa Fiji a distribuirne ai locali: immaginatevi un fijiano alle prese con il colera e la malnutrizione, che si beve la stessa acqua delle star di Hollywood.

La fabbrica opera ininterrottamamente, 24 ore al giorno, e per farlo deve utilizzare 3 generatori di corrente a gasolio, che presumibilmente contaminano quello stesso ambiente "incontaminato" da cui è estratta la preziosa acqua. Le bottiglie di plastica arrivano dalla Cina, via nave: quella che ho appena bevuto ha quindi dovuto viaggiare fino alle Fiji per essere riempita, e poi presumibilmente verso gli USA, prima di venire importata dal mio amico padovano: insomma, un viaggio attorno al globo di circa 23mila chilometri.

Da ciò si può calcolare che per produrre una bottiglia da un litro di Fiji si consumano circa sei litri d'acqua (per la produzione della plastica e il raffreddamento dei vari macchinari), si usano 240 grammi di combustibili fossili (soprattutto per i trasporti) e si producono 0,25kg di anidride carbonica. Tutto questo moltiplicato per alcuni milioni di bottiglie alla settimana. Sarebbe meglio andare direttamente alle Fiji a prendersela: quasi quasi...

Wednesday, 23 April 2008

I Grandi Flop (3): aerei, auto e... cassette

Nel 1967 l’Unione Sovietica presenta il Tupolev Tu-144, la versione russa del Concorde. E’ così simile all’originale che la stampa lo rinomina “Concordski”, e si rincorrono notizie su presunti episodi di spionaggio industriale: sarebbe nato da alcuni progetti ufficiali trafugati a Parigi. Il suo volo inaugurale avviene addirittura 2 mesi prima di quello del “vero” Concorde, ma nel 1973, sempre a Parigi, il primo Tu-144 di produzione di serie si schianta al suolo, forse disturbato da un caccia Mirage intento a fotografarne i segreti aerodinamici, in un curioso caso di contro-spionaggio. Un duro colpo da cui il velivolo non si riprenderà più: già nel 1978 si conclude il servizio passeggeri, dopo soli 55 voli. Poca fortuna anche per il razzo Europa, cinque lanci e cinque esplosioni, e per l’aereo di linea De Havilland Comet 1, 3 gravi incidenti nei primi due anni di servizio per difetti di progettazione che ne stroncheranno la vita commerciale.

Automobili. La Ford fa flop con la Edsel, del 1956, che vende meno di 100mila unità e segna la storia del costruttore americano. Due anni dopo rischia di fare pure peggio con la Nucleon, una macchina che doveva avere a bordo un reattore nucleare: fortunatamente non costruiranno neppure il prototipo. L’Alfa Romeo, nel 1980, cerca invece di entrare nel settore delle medie in tutta fretta tramite una joint-venture con la giapponese Nissan: in soli tre anni nasce la linea di montaggio dell’Arna (Alfa Romeo Nissan Automobili SpA), che tuttavia rappresenta il peggiore fallimento nella storia della casa di Arese e condurrà alla sua cessione alla Fiat.

Tecnologie. Oltre al Betamax, Sony ha dovuto incassare lo scotto del fallimento anche per la goffa Elcaset (un nastro analogico di dimensioni superiori alla normale cassetta -e conseguentemente una migliore qualità audio- lanciata nel 1976 e definitivamente abbandonata nel 1980) e il Bookman (un avveniristico lettore di CD-ROM interattivi penalizzato da un display piccolo e di scarsa risoluzione). La Philips non è invece riuscita a bissare il successo della sua “Compact Cassette” con la versione digitale, la DCC: lanciata nel 1992, è durata pochi anni (tuttavia, un particolare wafer di silicio progettato per la DCC è ora utilizzato per filtrare la birra, perché perfetto per separare dal liquido le particelle di lievito…)
Pessima esperienza anche per il DIVX (Digital Video Express), sistema di noleggio dal nome identico a quello del famoso formato di compressione: richiedeva l’acquisto di lettori speciali da collegare alla linea telefonica. I dischi, dal costo ridotto, si potevano vedere solo per 48 ore, trascorse le quali si doveva pagare una tariffa ulteriore. Un sistema complicato che il mercato ha ripudiato nel giro di sei mesi.

Tuesday, 22 April 2008

Mi vibram tutto

Guardate le suole delle vostre scarpe: forse ci troverete un bollino giallo con la scritta “Vibram”, anche se sono di produzione estera. La Vibram produce oggi 32 milioni di suole l’anno per oltre 1000 marchi di calzature; negli Stati Uniti il marchio è ai piedi di pompieri, poliziotti, esercito e persino dei Marines, tanto che gli americani sono convinti sia un brand made in USA e lo chiamano “vaibram”. Invece, la parola è la contrazione del nome di Vitale Bramani, che progettò la sua prima suola nel 1937 dopo che una tragica spedizione sul monte Rasica causò la morte di 6 suoi compagni. Si rivolse alla Pirelli per la creazione di una robusta suola in gomma: nacque così il famoso “Carrarmato”. Fu proprio con le suole Vibram che la spedizione italiana guidata da Ardito Desio conquistò la vetta del K2 nel 1954.

Nello stesso anno, in Italia, avviene una piccola rivoluzione industriale: la Candy, azienda nata dalle Officine Meccaniche Eden Fumagalli di Monza, lancia la Bi-Matic, la prima lavabiancheria semiautomatica con centrifuga. Oggi Candy è uno dei principali produttori europei di elettrodomestici e detiene anche i marchi Zerowatt e Gasfire. Ma nel settore elettrodomestici sono italiane anche Smeg (acronimo di Smalterie Metallurgiche Emiliane Guastalla, con sede appunto a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia), Ignis, Imetec, Indesit, Rex e Zoppas.

Non fatevi quindi ingannare dal loro suono straniero: molti marchi famosi che sembrano esteri sono in realtà italiani. Talvolta, come nel caso degli acronimi, per pura coincidenza; più spesso perché un brand vincente, riconoscibile e facile da pronunciare è la chiave per avere successo anche fuori dai nostri confini: è ad esempio il caso di Diesel, marchio d’abbigliamento giovane ormai presente in 80 paesi, la cui storia nasce nel 1978 da un’idea di Renzo Rosso, originario di Brugine, un paesino del padovano. Un piccolo centro privo persino di strade asfaltate, in cui Rosso coltivava il mito dell’America, stimolato anche dalla liberazione del paese da parte dell’esercito americano alla fine della guerra. Ecco perché il primo negozio monomarca Diesel (nome scelto perché pronunciabile allo stesso modo in tutte le lingue) fu aperto a New York, in Lexington Avenue, e proprio di fronte alle insegne del concorrente Levi’s. La Diesel, di cui Rosso mantiene il completo controllo fin dal 1985, ha sede a Molvena, in provincia di Vicenza, e dopo una fase produttiva con un forte “outsourcing” all’estero, oggi sta gradualmente tornando al vero “made in Italy”, e confeziona più della metà dei suoi capi del nostro paese. La Diesel commercializza anche i marchi Replay e 55DSL, il cui nome nasce dalla contrazione della parola “Diesel” e dall’anno di nascita di Renzo Rosso, il 1955.

Può ingannare anche il genitivo sassone della Tod’s, gruppo industriale di proprietà di Diego Della Valle che ha sede a Sant’Elpidio al Mare (AP). Curiosa la scelta del nome: Della Valle lo incontrò una trentina d’anni fa nell’elenco telefonico di Boston, e gli suonò bene. Oggi i famosi mocassini dalle caratteristiche suole con piccoli tacchetti in gomma sono un’icona in tutto il mondo, e il “Ralph Lauren italiano” (così lo ha definito la rivista New Yorker) ha portato al successo anche altri due marchi del gruppo, la linea d’abbigliamento Fay e le calzature Hogan, ispirate alle scarpe inglesi da cricket degli anni ’30. Per difendere quest’ultimo marchio Della Valle ha tentato persino di opporsi alla richiesta di registrazione avanzata da un famoso campione di wrestling, Hulk Hogan.

Sempre in tema di scarpe, sono italiane al 100% anche le Geox, marchio che nasce dalla fusione delle parole “geo” (terra in greco) ed “x”, lettera-elemento che simboleggia la tecnologia. La Geox, che ha sede a Baidene di Montebelluna (TV), è stata fondata nel 1995 e produce oggi quasi 5 milioni di paia di scarpe l’anno. Poco lontano sono nati i Moon Boot, ideati all’inizio degli anni ’70 su ispirazione degli stivali utilizzati per l’allunaggio. Li produce, ancora oggi, la Tecnica di Giavera del Montello, sempre in provincia di Treviso. Il marchio è stato registrato nel 1978; curiosamente, i Moon Boot sono fra le poche calzature che non presentano differenze fra destra e sinistra.

Saturday, 19 April 2008

I Grandi Flop (2): videogames

Nel 1983, l'intero mercato dei videogiochi andò al collasso, al punto che sembrava la fine di una moda destinata a non ripresentarsi più. La cosa divertente è che fu colpa (quasi completamente) di un solo gioco. Del più brutto gioco della storia.

Nel mese di giugno del 1982 usciva nei cinema E.T., e la Atari, che all'epoca se la passava bene grazie alle vendite del suo VCS (o 2600 che dir si voglia), spese oltre 20 milioni di dollari per acquistare la licenza del film. Purtroppo però, per via delle lunghe contrattazioni e della necessità di uscire nei negozi in tempo per Natale, rimanevano solo cinque settimane (e pochi soldi) per fare il gioco.

L'onere ricadde sul povero Howard Scott Warshaw, richiesto da Spielberg perché aveva lavorato al precedente gioco tratto da I Predatori dell'Arca Perduta. Warshaw, pur dovendo gestire solo 6,5 Kbyte di codice, non poté fare miracoli e produsse un'inqualificabile schifezza in cui, grossomodo, occorreva trovare vari pezzi di un telefono così che E.T. potesse chiamare a casa. La Atari, certa di poter stravendere, sfornò 4 milioni di cartucce. Ne rimasero invendute talmente tante (circa 3 milioni) che dovettero essere seppellite in una discarica nel deserto del New Mexico. La reazione dei consumatori fu furibonda: la Atari aveva già rischiato grosso qualche mese, prima lanciando una versione assai scadente di Pac-Man (il gioco arcade più in voga all'epoca). Il mercato perse completamente interesse per i videogiochi, per oltre un anno.

Un fallimento a lieto fine è invece quello del “coin-op” di Radar Scope, che la Nintendo lanciò nel 1980. Il gioco fu snobbato dal pubblico e svariate centinaia di esemplari ancora in produzione vennero convertiti all’ultimo momento in un altro titolo, creato in fretta e furia da un giovane programmatore di nome Shigeru Miyamoto: si chiamava Donkey Kong, ed era il primo videogioco in cui compariva il personaggio di Super Mario.

Nella prossima puntata: quando i russi copiarono il Concorde.

Friday, 18 April 2008

Should I stay, or should I rock the Casbah?


"Just the fact that people seem to be getting dumber and dumber. You know, I mean we have all this amazing technology and yet computers have turned into basically four figure wank machines. The internet was supposed to set us free, democratize us, but all it's really given us is Howard Dean's aborted candidacy and 24 hour a day access to kiddie porn. People...they don't write anymore - they blog. Instead of talking, they text, no punctuation, no grammar: LOL this and LMFAO that. You know, it just seems to me it's just a bunch of stupid people psuedo-communicating with a bunch of other stupid people at a proto-language that resembles more what cavemen used to speak than the King's English."
-Hank Moody.

Thursday, 17 April 2008

The Dunning-Kruger effect

L'effetto Dunning-Kruger è un fenomeno in base al quale le persone con scarsa competenza ritengono sistematicamente di saperne di più delle persone con maggiore competenza. In altre parole è quel processo cognitivo secondo cui chi sa poco pensa di sapere molto, mentre chi sa molto pensa di sapere poco. I signori Justin Kruger e David Dunning, della Cornell Universiity, hanno insomma dato dimostrazione scientifica della famosa affermazione di Darwin: "l'ignoranza più frequentemente ingenera fiducia che non il sapere".

In base al loro studio, per una data abilità o qualifica mediamente diffusa (come guidare l'auto o giocare a scacchi), hanno osservato che gli indvidui con scarsa competenza tendono a sovrastimare le loro abilità e a non riconoscere le abilità altrui, per contro non individuando le proporzioni della loro incompetenza. Tuttavia, se il livello di competenza effettiva di tali individui viene fatto aumentare, sono successivamente in grado di riconoscere la loro precedente mancanza di abilità.

Per scoprire tutto questo, i due hanno fatto una serie di domande agli studenti della loro università, su temi di grammatica, logica e humor; il risultato è stato che coloro che hanno avuto i punteggi peggiori ritenevano invece di trovarsi nella parte alta della classifica.

Interessante che succeda anche con l'umorismo: è il caso di chi racconta barzellette che non fanno ridere, ma è convinto di essere uno spasso.

Non ci sono grosse conferme su questo studio, anzi pure sbeffeggiato con un IgNobel prize, ma io mi fido. D'altronde ne so molto più di voi.

Germano

Wednesday, 16 April 2008

Provati per voi

Per soli 0,79 euro, potete avere a casa vostra questa eccellente bevanda, un energy drink di produzione olandese che offre gli stessi contenuti della Red Bull (32mg/100ml di caffeina, 400mg di taurina, 20mg di inositolo, più una dose non precisata di glucoronolattone).

Per l'energy drinker con un budget limitato, la Mad Croc è un po' come una medicina, perché va presa senza sottilizzare sul sapore fortemente metallico, con un retrogusto che ricorda quello di una Big Babol degli anni '80 (cioé scaduta da vent'anni). In altre parole, fa cagare.

0,79 euro è però un prezzo molto invitante, se considerate che nei tre supermercati a me più prossimi la Red Bull costa da €1,16 (alla Coop, che però è lontana) fino a ben a €1,64 (da quei ladri del DìperDì, che però la forniscono già refrigerata). All'Esselunga, per vostra informazione, costa €1,29.

Meno feroce del gusto è il design della lattina, in linea con la qualità modesta del prodotto; presumibilmente è stato rifatto un po' di corsa dopo che la Red Bull ha vinto la causa. Già, perché prima la lattina della Mad Croc era così:
Update. Scopro ora che è uscita questa:

La voglio.